Dal diario di bordo di Henry J. Stevenson, 1843, Oceano Indiano: mi mancano soprattutto i parchi di Londra, quando ci passeggiavo la domenica mattina, oppure quando ci si dava appuntamento per festeggiare il ritorno di qualcuno. Io non ritorno da ventuno mesi. Tre giorni fa abbiamo attraccato a Kupang ed un fotografo della marina è salito a bordo per delle foto. Non era la prima volta che mi fotografavano, ma non avevo mai visto un aggeggio così piccolo. Ci ha fatto quattro scatti e ci abbiamo messo meno di mezz’ora. Lui era di ritorno in Inghilterra insieme all’equipaggio della Little Princess. Il suo lavoro era documentare il lavoro degli uomini della marina e renderne conto a casa, dove intere famiglie aspettavano i cari ed i i dirigenti controllavano tutto sbirciando attraverso il fumo delle pipe. Se avessi la testa abbastanza buona per scrivere tutto questo, lo scriverei. Non mi piacerebbe molto che mia madre pensi che quello che faccio qua è stare tutto il giorno qua sul ponte, appollaiato sulle funi, a sorridere. Ma so che qualunque cosa mi venga in mente di scriverle, le arriverà nel momento in cui sarà diventata inutile. Prima non facevo mai pensieri così complicati. Attraversare un oceano è abbastanza noioso e pericoloso, il che, secondo qualcuno qui, è letale. Io non so. Quando attracchiamo e abbiamo un paio di giorni di licenza al porto voglio solo fare qualcosa che non sia attraversare una massa noiosa e pericolosa di mare. A volte mi piacerebbe scendere sul mondo, stendermi sul legno ed allungarci sopra tutto il mio corpo, avvolgere la terra e diventare più piatta di quanto lei sembri, e rimanere così tutto il tempo che ho a disposizione, dimenticando le osterie e il cibo e le donne e i soldi – solo per vedere se, finiti quei giorni, sono riuscito ad avvicinarmi per davvero alla terraferma.