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Uno dei problemi della mia infanzia è stato ritenere che la parola “masturbarsi” fosse un sinonimo di “autodistruggersi”.

i muri sono vuoti

Due rette incidenti non devono necessariamente seguire la regola del contrappasso, ma quando in mezzo ci finiscono i limiti, il più infinito e il meno infinito. Tendere immancabilmente verso quello, verso quest’altro, verso tutto e niente. E un semplice punto in comune diventa una sciarada di iperboli e parabole e quasiquasi e vicinovicino e pocopococosì.

Sei mai stato talmente sommerso dalla nebbia da avere la sensazione di essere l’unica macchia di colore su una tela bianca? Quando succederà, ci sono dei dischi che dovresti ascoltare.

Ahia / ti ho fatto male? Scusa, scusa / no, no / ah(ia) x2

Questo disco, signori, è una pacchia, una montagna di piacere, soffice al punto giusto, soffuso solo quando serve, duro, diretto ed icastico, ma al contempo delicato e comprensivo, è un disco, signori, un signor disco, oserei dire, altro che critica facilona, questo è un autentico pezzetto di orgasmo al punto di massima orgasmità preso, mantenuto intatto nei secoli dei secoli e dilatato per quaranta fottuti minuti, signori, signor disco e signor orgasmo, dopo non ne vorrete altri, questo disco ha mietuto più cuori di Marilyn Monroe che a sua volta ha mietuto meno cuori di Pinochet.

Ahia / ti ho fatto male? / stavolta sì / scusa

Per prima cosa la chitarra parte in quarta, o meglio le chitarre sono due, finchè te ne accorgi arriva anche la batteria che fa esplodere i colori come se un grosso secchio con molte vernici mischiate dentro venisse buttato dal quinto piano di un palazzo e quei colori cadendo a terra si mettessero a scoppiettare fischiettando. E tutto questo l’ho visualizzato, mi dicevo, senza l’aiuto di droghe. E pensavo anche di avere fermamente ragione, e tu me l’hai confermato scartando a priori questo pezzo, al primo ascolto, per un po’ di droga. Quando ho cercato di fermare tutto, ho scoperto di aver dimenticato, per una serie di ragioni che coinvolgono un gufo impagliato ed una suonatrice di contrabbasso, il mio tasto ‘PAUSA’ ( || ) in uno dei luoghi di vacanza di quest’anno (per essere precisi, un locale alla periferia di Torino), così ho potuto solo guardare tutto, impotente (in senso astratto), mentre cercavo di ricordarmi la formula sentita in Fight Club per preparare il napalm in casa. Una volta ricordata avrei prodotto diversi litri della magica sostanza per fare piazza pulita di diverse cose che avevano permesso quella sconveniente situazione, in modo da evitare un’eventuale seconda volta (in caso non riuscissi a ritrovare più il tasto ‘PAUSA’): alcuni tabacchini a caso, un incrocio, alcuni monumenti nazionali, un fruttivendolo e una bici abbandonata da quattro mesi accanto a un palo nei pressi dell’ateneo di Lecce.

Dopodiché, la batteria potrà continuare a far esplodere in multicolor qualunque cosa, ma almeno avrò la certezza che tu non possa scappare senza rimedio con quella bici, in cerca di sesso facile. Anche perchè io sono il tuo sesso facile, e di certo non è merito dei preservativi, tesoro.

Sotto questa pioggia eroica, questo cielo controverso, queste strade umide della prima ora, dietro a questi angoli di vicoli di centro storico corrosi e scartavetrati dalle non troppo innocenti carrozzerie di certe macchine guidate da certe autiste (spesso autiste, quasi sempre autiste), sotto questi archetti spesso dimora di volatili cittadini al riparo dalla pioggia eroica di sopra, ormai fin troppo eroica, sopra questi tombini del periodo fascista sempre là imperterriti, intorno a questi anziani pre-pensionati, questi fan del lamento alle poste, questi appassionati dell’insulto al bancario o all’impiegato statale (ci sono vari campi), addosso alle automobili sempre ben disposte a pulirti i vestiti, sotto a questi scrosci stakanovisti, in mezzo a queste luci bruciate, in mezzo al pubblico bene leccese, eiaculando acetone, diluendo la china con la bile, la voce ingrana e scala le marce fuckfuckfuckfuckfest, ho disegnato un saluto su una centralina dell’enel e quella mi ha risposto, i fulmini dialogano da nuvola a nuvola con il codice morse, la mia parte elettrica è la mia parte meno veloce, e questo mi ha creato qualche problema, la direzione del movimento verso la mano si basa su linee tratteggiate ad arco sulla tastiera, la luce è particolarmente soffusa e può dare fastidio, non mi piace rivedere i testi, non mi piace rivoltare i testi, ma mi piace alterarli. Vorrei scrivere su due livelli sovrapposti, su uno con questo editor testuale (magnifico editor testuale di wordpress, non ti cambierei con nessun altro editor al mondo), su un altro con dell’inchiostro molto sporco, vorrei correggere mantenendo la fonte, quando cancello cerco sempre un modo per lasciare il segno del primo tratto, i fogli di acetato andrebbero promossi fino in fondo. La prossima volta, ti lancio addosso lo sgabello del tecnigrafo, e non lo faccio perchè penso che la mia rabbia nei tuoi confronti valga 69,95€.

Quando sei all’apice tutti dicono che da lì si può solo peggiorare. Questi ‘tutti’, dico io, sono persone senza un cervello frattale.

Se parti dalla gamba, applica una pressione in crescendo, se parti dalla pancia pressione costante, se parti dal fianco in diminuendo.

Sapete cos’è figo? L’arte. L’arte è decisamente cazzuta. Questo è il tipo di arte che mi piace, perchè mi piace l’arte con dentro birre e ragazze decisamente fiche. Ci dovrebbe essere più arte come questa. Ci dovrebbe essere una galleria con solamente ragazze a caso che bevono vari liquori. Ci andrei assolutamente ogni giorno e comprerei tutte le foto. Diventerei un ‘Grande Collezionista d’Arte’ e organizzerei dei party con vino dove tutti dicono “quella è davvero Zooey Deschanel che si trinca un Leinenkugel?” oppure “dì, quella è Mila Kunis che beve uno Schiltz?” e io direi a tutti “sì. Sì è così. È così e voi non potete averlo”.

Sì, l’arte è decisamente cazzuta. Più gente dovrebbe interessarsi di arte.

via > boner party

Prima di oggi avevo sempre comprato le scarpe in famiglia. Vale a dire che andavo a comprare le scarpe con mia madre. Ovviamente sommando mia madre, donna nata nel 1962, ed io, che non capivo un cazzo, vedete voi cosa ne usciva.

Parlo al passato, come fosse un passato remoto, perchè è passato molto tempo dalla fine di quest’abitudine. L’ultimo paio di scarpe che ho comprato con questo sistema sono due adidas nere, prese in quanto equilibratamente informali, sportive ed eleganti (facile, sono tutte nere e adidas), evento accaduto se non sbaglio un paio di mesi prima del matrimonio di mia cugina, quindi più di un anno fa, e per ultimo – ma io direi che non conta – un paio di scarponi tecnicamente adatti a camminare anche in situazioni tipo acquazzone-neve, comprati alla bisogna un anno fa, prima di andare a Torino per il pre-vacanze natalizie: l’effetto pratico è che ho comprato dei brutti scarponi che mi hanno fatto venire degli strani dolori al ginocchio e che una volta tornato non ho più rimesso neanche una volta (e dire che, almeno in quanto a pioggia, ci sono state occasioni).

Ho sempre comprato scarpe nere. Un po’ perchè è (o almeno era) il colore dominante, quando si parla di scarpe. Un po’ perchè fino a tre quattro anni fa io non facevo altro che vestire nero. Non vestivo metallaro, ero metallaro pur non essendolo (non ho mai comprato e/o scaricato e/o quindi ascoltato un disco di: Iron Maiden, Metallica, Megadeth, eccetera), non mettevo borchioni – i miei tentativi in merito erano stati tutti imbarazzanti e li avevo prontamente scartati – ma insomma, vestivo nero. Forse era una rassicurazione. Non sapevo che, crescendo i capelli così, senza tagliarli, ragionamento radicale, forse non era il massimo. Ma avevo il nero. Mi ricoprivo di nero. Per dire, ricominciare a mettere i Jeans fu già un notevole spiraglio di colore nella mia oscura vita.

Tutto questo per dire. Che oggi ho comprato per la prima volta un paio di scarpe senza mia madre. E senza neanche mia sorella, e senza neanche aver chiesto consigli in giro o cose del genere (ok, ne ho parlato al telefono con mia sorella, ma senza chiederle consiglio. Per informare). Sono andato in un negozio, ho visto delle scarpe che mi piacevano, non nere, non avevo abbastanza soldi, quando li ho avuti e quando ha smesso di diluviare l’anima – si è trattato in realtà di una pausa, adesso con tanto di cuffie e musica sento la pioggia – sono tornato nel negozio e ho comprato le scarpe. Il posto è il Radical Shop. Un negozio di quelli street-urban eccetera. Il ragazzo si ricordava anche che gli avevo parlato del mio bancomat. Del mio bisogno pre-feticista di comprare qualcosa, delle scarpe sì, ma qualunque altra cosa, in fondo, sarebbe andata, insomma qualcosa senza del nero, niente nero, no, niente nero,

ho calcolato che, continuando a comprare le magliette dei gruppi, mi basterà il nero di quelle magliette (e dire che sto anche cercando di comprare le magliette dei gruppi colorate). “Le magliette dei gruppi” è il mio modo per manifestare apprezzamento e supporto presso i gruppi. Se trovi il disco del gruppo indipendente al grande negozio e lo compri non stai fottendo il sistema dando una mano ai tuoi amici artisti sensibili, lo dico perchè avevo degli amici maliziati (che è il contrario di smaliziati) in merito, e ne ho ancora parecchi, e dire che non pensavo di essere uno di quelli con troppi amici. Ah, la malizia.

Comunque andare a fine concerto dal gruppo e dargli dieci euro in cambio di una maglietta, che il gruppo avrà pagato in stock ma comunque diciamo un due, tre euro a capo, è il modo migliore per dare la maggior quantità possibile di soldi al gruppo senza essere un promoter o un agente di booking, ed inoltre permette di essere mooooolto meno stronzo di un promoter o un agente di booking (provate a dirmi che non si diventa stronzi per forza, facendo una delle due cose), anzi i ragazzi del gruppo apprezzano molto.

Ah, la cosa vale anche con i dischi comprati dal gruppo – cioè comprati sempre direttamente dopo il concerto. Però c’è un fatto (e questa è una cosa che chi non suona spesso non sospetta, ho constatato): il gruppo paga i dischi che vende. Il gruppo compra i dischi come chiunque altro. Con lo sconto, ok. Ma li paga. Sossoldi. E non so, a me sembra morboso. Intendo, quando farò un disco con un’etichetta comprerò un fottìo di dischi. E odierò quelli come me che preferiscono la maglietta al disco, o perchè il disco già ce l’hanno, o perchè devono razionare i soldi (benedetti studenti), o perchè in fondo, sì, dillo pure, hai scaricato il disco e anche se t’è piaciuto non vale i soldi, ma davvero, compro la maglietta.

Il massimo del savoir-faire per me è vedere un gruppo due volte, la prima volta compro il disco, la seconda la maglietta. Alla terza però pretenderò di diventare amico del gruppo. Mi sono innamorato di loro.

E, tra parentesi, ho comprato delle scarpe grigio/azzurro. Niente nero.

Bisogna ammettere che, a parte le mani di gomma appiccicosa che si trovavano nelle patatine quando eravamo giovani, la Vita e l’Arte sono le uniche due cose concretamente inutili di cui possiamo fare esperienza. Questa cosa risolve tanti dubbi della nostra vita: la differenza tra erotismo e pornografia ad esempio (la pornografia non è inutile), la differenza tra l’arte sincera e che conta e che è il frutto del sudore dell’artista e l’arte che invece è merce e in quanto tale moneta e in quanto tale non-arte; ma soprattutto il principale dubbio ad essere risolto è il seguente:

perchè esiste la/il BMW X6?

Sono tante le cose e gli eventi che hanno cercato di intaccare l’utilità di tutto (meno Arte e Vita): il dildo triplo, il videogioco Lose/Lose, la sigaretta di marijuana, i sushi bar, la musica grindjazz, la televisione, eccetera. Ma mai niente aveva scombussolato tutto come la BMW X6 (dico ‘la’ perchè ‘il merda’ mi suona strano): è stato un autentico fulmine a ciel sereno.

D’improvviso, mi è sembrato che le Sephiroth non fossero più dieci ma diciannove, ventuno, ventisei. Il 20/12/2012 è diventato il 27/04/1989, il Muro di Berlino ancora in piedi, myspace invece di facebook, la coca-cola alcolica, karlheinz stockhausen un produttore minimal, e altro ancora. Giusto per dirvi che shock è stato.

Che shock è stato trovarsi in una rotatoria una BMW X6, con le sue movenze finissime tipo anguilla, delicato come un autoarticolato in una sala operatoria, e mentre il resto del traffico della rotatoria di divideva classicamente tra “chi sa usare una rotatoria” e “chi almeno ci prova, non avendo ancora capito per bene, ma intuendo a grandi linee il meccanismo”, questa cosa sembrava idealmente scavalcare il piano geometrico reale, inserendosi in una sua realtà, esprimibile più o meno come “IO PASSO DOVE CAZZO MI PARE, NON PER DIRITTO O PER ARROGANZA, MA PERCHÈ STO CHIANGONE NON SO PROPRIO COME CAZZO TENERLO SULLA STRADA”. La cosa ha creato scompiglio.

È da notare l’effetto grafico prodotto dalla BMW X6 in una qualunque strada. Alcune frasi tipiche possono essere “izza ce machinona” (i.e. “accidenti che grossa automobile”), oppure “ma che cazzo è”, “quanto accidenti è grossa quell’auto” e via dicendo. Questo finchè non arriva una persona con un minimo di senso, che faccia notare cose tipo “È una merda”, oppure “Ha quattro – 4 – quattro posti, la machinona”, o ancora “ghei chi la guida”.

La BMW X6 è uno schiaffo in faccia a quell’idea da grafico che “non si dovrebbe dire ‘è brutto’”. Perchè, vedete, la BMW X6 è brutta. C’è questo problema. È brutta e basta, e non c’è un altro modo non offensivo o che non metta in ballo madri e parentado per dirlo.

Ah, il dildo triplo esiste per davvero.