You are currently browsing the monthly archive for Agosto, 2008.
even that is only appearance scrive (21.31):
FAI COME ME!
even that is only appearance scrive (21.31):
IL BALLO DELLO SQUARELLO!
even that is only appearance scrive (21.32):
attrae la topa, caro mio
© lost crew scrive (21.32):
spiegazione tecnica prego
even that is only appearance scrive (21.32):
ma che ne so
© lost crew scrive (21.32):
di solito ballo come un verme
even that is only appearance scrive (21.32):
un po’ così un po’ cosà
© lost crew scrive (21.32):
e ha effetto
© lost crew scrive (21.32):
un po’ così un po cosa non mi fa venir voglia di metterlo in pratica
even that is only appearance scrive (21.33):
me l’ha detto deathprod stanotte in preda ai dolori causati dall’oleandrina, un glicoside cardiotossico presente in tutta la pianta
© lost crew scrive (21.33):
stai impazzendo?
© lost crew scrive (21.33):
ascolta
© lost crew scrive (21.34):
io in disco mi ci metto con tutto me stesso
even that is only appearance scrive (21.34):
uff, volevo scrivere qualcosa di bello per il blog
even that is only appearance scrive (21.34):
vai in disco, che ci mettono l’IDM se il dj ti vede
© lost crew scrive (21.34):
perchè quando devo fare il cretino, o le cose si fan bene o non le si fanno
© lost crew scrive (21.34):
scrivi questo
even that is only appearance scrive (21.34):
infatti
even that is only appearance scrive (21.34):
il cretino va fatto ad un certo livello
© lost crew scrive (21.34):
se ci vado io mettono su la breakbeat danese
© lost crew scrive (21.34):
altrochè
even that is only appearance scrive (21.34):
per quanto tu possa fare il cretino, non ingerire oleandrina, un glicoside cardiotossico presente in tutta la pianta
even that is only appearance scrive (21.34):
daje con il rotterdam terror
even that is only appearance scrive (21.35):
dovremmo concludere il log con qualcosa di più colto però
© lost crew scrive (21.35):
è necessario ad ogni citazione di oleandrina accompagnarla con una pratica e comoda descrizione erboristica?
even that is only appearance scrive (21.35):
certo, perchè è oleandrina, un glicoside cardiotossico presente in tutta la pianta
even that is only appearance scrive (21.35):
benissimo
even that is only appearance scrive (21.35):
perfetto
© lost crew scrive (21.35):
porcodio
In base ad una qualche strana legge matematica che mi impone, nonostante tutto, di essere sopravvissuto all’ingestione (avvenuta all’incirca alle 00:45 di oggi) di un petalo di oleandro che, come è ben noto, è piuttosto velenoso, adesso ho dei simpatici dolori allo stomaco, ma in realtà un po’ dappertutto, che durano all’incirca dalle due di stanotte e si accompagnano ad una sensazione di assopimento abbastanza diffusa e quasi ritmica (ogni tanto smette. Poi ritorna), e meno male che c’era Andrea P., altrimenti ne avrei mangiato ancora. Donne: state attente ai fiori che raccogliete. Non esponete i vostri fiori velenosi ad individui florofagi (sì, mi piace mangiare i fiori, hanno un buon sapore). Non fate gli stronzi con me. Fottuto assopimento del cazzo, io oggi dovrei studiare per l’ammissione di martedì e dovrei andare a Lecce a prendere le chiavi dell’appartamento nuovo, e chissà che ho l’impressione che una delle due cose non la farò. Poi ci si mette anche l’improvvisazione tessiturale, e stiamo a cavallo. Mi viene da incazzarmi, ma sono troppo assopito per farlo.
Ci siamo messi a parlare piano per non svegliare i ragazzi che dormivano nella stanza accanto e hai imprecato un po’ quando hai urtato il piede contro lo spigolo del letto. Avevo fatto quella scoperta grandiosa del cielo alle cinque e mezza di autunno, a settembre, e questo sembrava interessare un po’ tutti. Nessun rumore dall’altra stanza. Fuori faceva abbastanza freddo, così abbiamo continuato a camminare per riscaldarci i muscoli. Mi faceva abbastanza male la testa e mi fischiavano un po’ le orecchie, con tutti i soliti dolori assortiti di un concerto, dita un po’ anchilosate, gola chiusa schiena eccetera. In meno di venti secondi il paesaggio ha cominciato a trasformarsi e a gridare, alzarsi e richiudersi su se stesso, svilupparsi su una nuova dimensione, una specie di enorme oscillazione su tutto. Gli uccelli che vengono risvegliati un po’ troppo brutalmente dal loro sonno inquieto e cominciano a cinguettare sentendo che qualcosa non va proprio come sembrava che dovesse andare. Nervosismo. Il sorriso sulle labbra di chi sa di stare provocando tutto questo, e la finta indifferenza di chi vorrebbe distaccarsene, di chi lo ritiene infantile, inutile, bizzarro, noioso, antipatico, eccetera. Lo sguardo quasi annoiato di qualcuno che l’ha già fatto, l’ha capito, e non ha voluto più averci niente a che fare. Le pupille dilatate e attente di chi si aspetta una punizione dall’alto. Il volo imprevisto. Immagini che provengono da una telecamera, distorte ai margini, pixel bruciati sparsi un po’ dovunque, problemi di trasmissione. Quando si ferma a guardare il paesaggio, inarca la schiena all’indietro, fa scendere le braccia in verticale, le dita rilassate. Le labbra chiuse di taglio. Non c’è vento, vero? Sembra strano. Eppure tutto sta venendo spazzato via in un istante da tutte quelle onde. Ma rimane tutto illeso. Un continuo ferirsi senza spezzarsi, sempre sul limite, sempre sul bordo, navigando sulle lame cercando di capire il perchè dell’odore del sangue. Il perchè delle forme, delle cuffie. Stavamo camminando guardando a terra per evitare di inciampare su qualche ferro rimasto lì per caso. Un buon odore. Luci scure lontane e qualche rumore passeggero ogni tanto. Salire le scale non è mai stato un problema (è più dispendioso scenderle), ed ogni volta che ci affacciamo su qualche strapiombo, sembra sempre di stare salendo qualche scala. Senza ringhiere. Senza rumori ogni tanto. Poi è arrivato davvero il vento, in faccia, come una continua bruciatura. Senza smettere di sorridere, aprendo le braccia, inarcando la schiena. Il rumore del vento che copre qualunque altro rumore, lo assorbe dentro di sé, sparisce nelle pieghe. Diventa una specie di continuo flusso che ci attraversa parte per parte e noi rimaniamo lì, occupando il nostro solito volume di spazio e carne e acqua e altro, eppure sembra quasi di spargersi, lasciarsi cancellare via dalla turbolenza e finire nel pulviscolo solo un po’ più in alto, nell’atmosfera. Trasformando il nostro volume in una specie di piccola astrazione, un piccolo simbolo matematico, un segno che esprime una cifra troppo complessa e troppo strana per essere raccontata o spiegata o scomposta. Non è per niente semplice la turbolenza del vento. Le tonalità diverse del cielo prese a settembre alle cinque e mezza aspettando la luce e abbandonando il buio, vivendo nell’intermezzo. Nel momento del collasso, nel momento in cui non c’è niente ma potrebbe esserci tutto (forse ha lasciato un vuoto). Forse è solamente rumore, eppure sembra che sia ordinata la sfumatura. Ma ogni punto non esiste, ogni punto non è niente ed è una qualunque turbolenta diffrazione del pulviscolo atmosferico, latte nel cielo. Granuli sottilissimi di sabbia spinta su da un’onda anomala, spezzata. Urla astratte. Sto continuando a sorridere, ma piano. Una lievissima inarcatura che non mostra denti. Eppure sembra così semplice da leggere, così semplice da scomporre. Ma è sempre un simbolo matematico. È sempre una nota, è sempre un’unione indefinita – rumorosa – di centinaia, migliaia di parametri inesatti. Ognuno teso intorno al suo limite, come la terra sotto i nostri piedi, un continuo spezzare i legami e continuare a respirare nonostante tutto. Riprendere i legami, riunire, confondere, curare. I suoni distillati di un ospedale centrale contro i suoni sporchi e abbruttiti di un ospedale di provincia. I simboli della fede. Un posto dove rumori e odori si confondono, dove la vista si concentra su poche sfumature imprevedibili e minime e nonostante tutto continuiamo a sorrire, poco, increspare le labbra. Leggere le parole senza darci peso. Smantellare pezzo per pezzo qualunque cosa, e comunque non venirne a capo; solo per gioco. Solo per provare che tipi di rumore può produrre. Senza dimenticare.
I colori alterati di una fotografia fatta su un rullino scaduto, tenuto nel frigorifero (la cosa non piacerà a mia madre, quando li vedrà accanto alla maionese e ai salumi), appesa al muro e poi strappata in uno di quei momenti di rabbia: la rabbia che ti dà il permesso di danneggiare oggetti. La rabbia convulsa che gli operai sfogano in quei rari momenti in cui si ubriacano, e allora il sig. Manardi, un uomo tutto d’un pezzo, onesto padre di famiglia e lavoratore che mai avresti detto sarebbe finito in una rissa, la rissa l’ha scatenata: siamo un paese ad alto tasso di risse, di morti inutili, di umorismo scarso eccetera. Non proprio il paese ideale per dei buoni produttori di cioccolata.
Il signor Manardi non si è mai interessato alla fotografia, un mondo oscuro, al di là della sua modesta portata; i quadri che ha in casa li ha fatti suo zio, o li ha scelti sua moglie. Non che l’arte pittorica dei salotti veri protagonisti dell’arte del novecento (essenziali) sia qualcosa di molto vicino al disinteresse fotografico del signor Manardi, ma nella sua mente operativa e immaginaria si tratta pur sempre di due cose che lavorano di immagini, quindi andrà bene metterle un po’ insieme. Il signor Manardi si è per caso ricordato di non avere nessuna aspirazione suprema giovanile rimasta in lui; di non partecipare nemmeno per nostalgia a quel furore fantastico, che ti faceva vedere come anche una macchina del caffè guasta alle cinque di lunedì mattina non è un ostacolo insormontabile. È solo una macchina del caffè guasta. È ridicola in confronto alla stazione spaziale, alla caserma dei pompieri, al carrarmato della legione straniera, alle profondità siderali esplorate in un palmo di mano. Non è diventato un investigatore privato, eppure era la sua supremità più normale e bassa. Ma non l’ha voluto fare. Gli è sembrato ridicolo: vivere di investigazione privata. Credere nel proprio piccolo di avere nel mondo il ruolo che Dylan Dog ha nell’universo di Bonelli (lo legge suo figlio). Il mestiere che fa adesso è molto più concreto, molto più vivo; e gli piace, nonostante tutto; nonostante le macchine del caffè che si guastano, i regolamenti sul fumare, nonostante quel disco tremendo degli AMM (chi mai li ha sentiti?) che gli ha fatto venire un mal di testa terrificante, con questi giovani che non sanno più cosa inventarsi. Rumore! Suo figlio, gli hanno detto, ascolta rumore! E le pare sano, o costruttivo?
Per un po’ di tempo, magari intorno al primo o secondo liceo, ho pensato (più o meno) che i tentativi educativi occidentali – sulla linea del ‘costruttivo’ o ‘formativo’ fossero, per quanto maldestri o per lo più insensibili, comunque degli accorati tentativi di dare qualcosa ai propri figli, dei tentativi del tipo ‘a fin di bene’. Ecco, adesso l’impressione che ho è più vicino ad una immagine del tipo ‘bambino con la pistola carica in mano e con la sicura disinnescata’.
[nota: il succitato disco degli AMM risale al 1967]
Tornando un’altra volta sulle strade di campagna stavolta cercheranno di sbrigarsi prima. Mentre siamo tutti silenziosi io continuo a concentrarmi nella mia attuale professione: sto costruendo piccole cose che uccidono. In realtà, le piccole cose che uccidono sono più dei feticci omicidi che altro, dato che nessuna di loro, piccola cosa, potrà mai realizzare l’omicidio perfetto: strappando le unghie a morsi; le piccole cose che uccidono possono dare la stessa sensazione, ma il morto avrà ancora tutte le sue unghie a posto (un vero spreco). Ed inoltre l’assassino non potrà concentrarsi sullo smaltimento delle unghie – un problema tagliente. Abbiamo quindi un pro e un contro.
STare in pace con se stessi è un concetto strano; come il controllo sulla propria vita, la dipendenza dalla dopamina, il disinteresse, l’insonnia (non riesco ad addormentarmi facilmente in questi giorni. Poi mi addormento e rimango inchiodato finchè anche in Turchia non hanno pranzato) vanno di pari passo con il concerto di domani, il matrimonio della settimana prossima (sarà un devasto) e la casa a Lecce. Eppure c’è quella sensazione da ’sì, ascoltare gli Oxbow: è quello che mi sento di dover fare adesso’ e ora sono stanco morto, pur non avendo fatto niente di particolarmente stancante oggi, a parte correre un po’ e camminare qualcosa, e non riuscendo ad addormentarmi. Ma in realtà,
la vera, cruda realtà,
è che sono diventato schiavo del Word count. Simpatico aggeggino che mi indica, mentre scrivo, quante parole ho scritto (per la serie ‘mai più senza’), ora sono 248 e ormai so che per far sembrare questo uòrpress un sito ricco di contenuti ampi, profondi & approfonditi ho ancora da scrivere un bel po’ di cazzate. Peccato, perchè lo sfogo intimo di prima era notevole, aveva quasi centrato il punto; fottuta dopamina. Adesso, poichè il mio corpo sembra essersi ormai adattato a questa condizione di reietto delle 3:45, berrò un po’ di aranciata. Se noi abbiamo inserito chimismi sempre più efferati nella nostra dieta, cosa mangeranno i nostri figli?
Arriverà un’era in cui, persa nella mitologia e nel decadimento della memoria storica, le patatine del McDonalds (anche le vertigo) saranno ricordate come il Buon Mangiare di una volta. Ecco, prima c’erano magari le patate lesse dell’orto, le melanzane ripiene, il galletto della domenica. Cosa possiamo fornire noi ai nostri futuri nipoti? Oxbow, dopamina; patatine del mcdonalds. Non diventa triste? Non crolla irrimediabilmente, schifosamente, tremendamente tutto? Non ti viene voglia di far anticipare il naturale indebolimento del tuo corpo stroncandone il rinvigorimento che è propria di questa nostra gioventù piena di energia e voglia di fare? Avete capito bene: sono tutte stronzate sottomesse alla ferrea logica del Word count. 438. Olè. 439.
Cominciando dal fondo, parte tutto in modo assolutamente inaccurato, con un semplice lieve calore corporeo, distribuito irregolarmente. I primi movimenti sono turbolenti e diretti rapidamente al cervello dove all’inizio comunque è tutto confuso. Il tatto e l’olfatto diventano i sensi predominanti; la geografia esterna si ditorce del tutto, perdendo progressivamente significato e diventando un semplice, piccolo segnale di sottofondo, insistente ma ignorato. Tutto parte all’improvviso spezzando i soliti legami. La geografia diventa un concerto astratto e la vista diventa un fantoccio inutile. I segnali vengono immessi con vigore sempre maggiore in tutti i punti del corpo. Il sudore diventa muschiato. Il gusto si prende finalmente l’importanza che la società occidentale gli ha sempre negato, relegandolo al McDonalds e alle sigarette (peccato). L’olfatto riscopre il suo lato bestiale (odore di muschio. Sudore). La geografia esterna è ancora un muto segnale di sottofondo, e questo rende gli innamorati delle specie di squali che saltano sulla preda, che devono chiudere gli occhi per non farsi acceccare (e hanno una guaina apposita, perchè gli squali non hanno palpebre), magari anche gli innamorati potremmo dire hanno la loro guaina per non farsi accecare quando mordono: questo li rende vulnerabili. I predatori diventano prede, il ciclo della catena alimentare continua, tu sei la regina della catena alimentare e la vita scorre, e noi dobbiamo scorrere con essa.
In mezzo a questo idillico quadro d’ammore si pongono gli Oxbow: pur di riuscire ad uccidere, tranquillamente, fuori in quella dimessa strada di campagna (dove una volta certi miei amici andarono a scattare foto in bianco e nero), loro si accompagnano ad una sezione d’archi che avrebbe fatto mugolare Barry White: così è, e così sarà, nei secoli dei secoli. I miei capelli sono impresentabili. Le mie camicie sono il frutto di una intensa ricerca ironica: onirica tappa verso la stradina di campagna, in cui nessuno può sentirti gridare, come nello spazio, lasciandoti però quel senso di intrisa, triste umanità (la strada dei trattori): inoltre la musica della campagna è un eterno field recording, un caustico soundscape pieno di distorsioni ghignanti come scoiattoli carnivori e una batteria ossuta e ramificata; non c’è ombra di theremin, non ci sono synth (la morte degli anni Novanta), e non ci sono innamorati in questa piccola strada di campagna. Dovrò scegliere come uccidere; è una strada di campagna, e si può lavorare di fantasia, ma un metodo ci deve essere. La violenza vuole un tramite, la violenza è come un segnale radio che può essere amplificato, decodificato, scomposto, disturbato, ignorato eccetera. Può essere sussurato: strappando le unghie a morsi. Un bacio può diventa qualcosa di terrificante, di morboso e disturbante, di brutto. Qualcosa che è meglio evitare, qualcosa da cui è meglio nascondersi (avvolti nell’atmosfera di inverno incombente con molti piumoni, una cioccolata calda, altro materiale con cacao a scelta, colori desaturati, la giusta musica, una sensazione romantica. In cui nascondersi senza troppe remore, certi di meritare quella frazione di riposo che ogni essere umano può ripartire equamente nella sua giornata, senza sacrificare il lavoro, o il nervosismo. Un semplice pezzo di puzzle) come un corpo fatto metodicamente pezzo per pezzo. A volte le menti criminali possono assumere un loro fascino, ma diventano ben presto inutili, ridondanti, eccessive e noiose; prolisse, progressive (si legge in inglese in questo caso).
Per questo i telefilm non mi piacciono. Sono tutti giri e rigiri un po’ troppo eccezionali, e a me è bastato essere un accanito sostenitore di Cloverfield per una settimana (poi ho realizzato finalmente la sequenza finale; e ho capito che qualunque capolavoro ci fosse prima, ma anche il più grande capolavoro della cinematografia universale; ecco, quella sequenza finale in ogni caso avrebbe rovinato irrimediabilmente tutto, come una gravidanza indesiderata, come una canzone pop quando non serve, come i lettori stereo che si bloccano senza un perché, come le distanze che si creano inutilmente e ci sono e non si può fare niente, come gli assassini nelle strade di campagna). Non ci sono che strade di campagna per chilometri. Sarà meglio che stia più attento, d’ora in poi.
Venti S sibilanti, venticinque nuvole hai contato oggi pomeriggio dalla finestra. Da quanto tempo siamo passati dal vedere le forme delle nuvole alla conta semplice? Bisogna cercare di rendere il tutto più essenziale, inserire suoni più lunghi, armonie più semplici: semplificare il tutto. Dividere tutto in due sezioni estreme e una ambigua, intermedia. Camminare lungo il filo, come i miei zii che camminavano sul cornicione della casa; guerre con i meloni. Combattere, perdere, meloni: provate a prendervi un melone in faccia e capirete che non è una cosa del tutto da bambini, usare i meloni come bombe (se sono marci ed esplodono quando cadono, fanno anche uno schifo niente male). Ci vuole tecnica per lanciare bene un buon melone, come e più del solito noioso sport portato in auge dall’ultima olimpiade (chissà, magari mi sbaglio. Qualcuno sta davvero ancora spazzolando del ghiaccio dietro ad una grossa teiera tonda e pesante; qualcuno ha fiducia nel rugby) e mi accordo di avere un archivio di inutilità tendenzialmente troppo vasto. Ad esempio ste storie del curling e del rugby, avrei felicemente riposato nella tomba senza averle mai sapute, ma dalla vita non si può avere davvero tutto – anche un’emicrania, si può avere. Mi sento incompatibile con il letto in questo momento. Sono più da sedia, anche se adesso il top sarebbe una sedia da caffè viennese alta, oppure una di quelle cose Ikea-design svizzero ergonomiche milleposizioniinuna; potrei aver comprato anche un fantastico SKUBB portatutto, oppure FLÄNG attaccapanni a 4 pomelli – mai più senza. Questa è una casa senza pomelli, irrimediabilmente, tragicamente, narcoticamente senza pomelli. Senza una ragione di vita, in pratica. Poggia su 60cm di argilla: ma senza pomelli. Siamo circondati da ettari di rigogliose coltivazioni altosalentine: ma di pomelli, nemmeno l’ombra.
Si potrebbe guadagnare da matti brevettando un nuovo pomello; non servono enormi qualifiche tecniche per progettare un pomello, eppure bisognerà dedicarci del tempo al nuovo pomello più comodo (la forma tonda è un puro onanismo derivato dall’alta moda: ammettiamolo) ergonomico, regolabile; compatibile con qualunque oggetto possa in qualunque momento relazionarsi con il vasto (ma di piccolo ingombro) universo del Pomello. Pomello è anche uno di quei termini che generano equivoci sessuali, del tipo:
Lui sta armeggiando con la cassettiera. Lei gli va accanto e gli accarezza una spalla
Lei: Tesoro, cos’è successo?
Lui: M’è caduto il pomello
Lei: Se vuoi lo rialzo io
Eccetera. Avrete capito che non è nemmeno facile vivere nel vasto, ma d’ingombro minimo, universo del pomello, dei pomelli, delle ditte produttrici dei pomelli. JANSJÖ è la lampada da terra pionere nella sperimentazione in questo campo: nessun pomello ha fatto parte del ciclo produttivo di questa lampada dal look essenziale, svizzero ma svedese (di casa Rune Grammofon, sicuramente). Troppo tardi scoprii che all’Ikea vendono anche i Pomelli. Pomelli, sfusi. Come saranno le confezioni? Economiche? Lo spero bene, perchè l’inquinamento da imballaggio sarà ricordato come una delle più colossali stronzate storiche della nostra era (dopo le previsioni del tempo, la droga leggera e il citazionismo). Pentagruppo SRL & Ceramiche Arcadia SRL è specializzato nei Pomelli a Fungo con Litografie. Non è inquietante?
Lui: cara, mi ammiri anche se ho costruito la nostra piccola fortuna economica producendo litografie per pomelli?
Lei: ho il numero di un buon dottore.
Lui: chiamami Eugene S. Robinson.
Lei: …chi?
Lui: non lo so, ho sparato un nome a caso per fare dell’ironia.
Ebbene sì, avete capito (ed ho capito, e abbiamo capito) tutti bene: “produzione di pomelli” e “umorismo” non sono espressioni concilianti (probabilmente poggiano su dimensioni differenti, a pensarci bene). “umorismo” se notiamo ha molta inconcilianza; non si può conciliare bene con i funerali (risulta sempre romantico, cinematografico e fa piangere, del tipo “ogni volta che lo vedevo con una nuova ragazza e lui diceva e io BWAAHA-AH- MICHELIIII’ SENZA DI TEE NUN G’A FAAAZZ“) , non si concilia bene con le sessioni d’esame (“eh, signor Farletti, ha capito? La catena alimentare! Catena – alimentare! Non la fa morire? Eh? Eh..“), non si concilia bene con i postumi del McDonalds, mentre con una cosa andrà sempre alla perfezione, incastrandosi con una scioltezza lubrificata davvero che è un amore che proprio nemmeno quando l’abbiamo fatto per sei volte di fila è andato così dio bono eccetera: Eugene S. Robinson. Ricchi premi in palio a chi indovina cosa si cela dietro quella S.: mai più senza.
I motivi per il cambio di template: il precedente template non era più in sintonia con me; non sono pronto per un template di questo tipo; volevo cambiare header e da cosa nasce cosa; cambiare grafica è bello; capire di non capire l’editor css per cambiare qualcosa non è bello; i blog con molto testo, molto largo e con molto contrasto, fanno effetto; così sembra più mac; ma io non ho un mac; questo template non ha un header così non devo scervellarcimici; questo template mi sprona di più a scrivere con maggiore qualità e quantità; il vecchio template era in ogni caso troppo tipico; mi piace pensare che domani tutti entreranno qui e per qualche secondo penseranno di aver cambiato sito; anche questo template ha il blogroll in basso defilato; non c’è una ragione precisa e voi lo sapete; c’è una ragione ben precisa e voi non la sapete; ho appena deciso cosa fare della mia vita; ho appena dimenticato cosa fare della mia vita; ho appena perso la verginità; mi sento più professionale con questo template; mi piacciono le distorsioni trattate con cacciaviti e slide di acciaio; mi piace Triple Quartet di Steve Reich; mi interessa cambiare template ogni tre secondi; non mi piace cambiare template; mi piace questo template; questo template non mi convince; volevo marcare l’inizio di una nuova vita; volevo chiudere una vecchia vita; volevo ascoltare Oxbow; ho perso la voglia di vedere un porno (alle tre, mi alzo eccetera); ho perso la sintonia; non ho un contrabbasso elettrico; questo template mi avvicina al contrabbasso elettrico; il vecchio template non è adatto a uno che compra due camicie in un giorno; il nuovo template è adatto a uno che compra due panini dal mcdonald alle quattr; il vecchio template non era adatto ad uno che viene punito per le sue discutibili non-scelte alimentari;
il nuovo template stimola la suddivisione in paragrafi;
non è un nuovo benvenuto, non è un addio arrivederci o niente. Non è niente, in effetti.
Adesso che ho uno scopo – e cioè scrivere veloce per un motivo troppo lungo che non sto a spiegarvi – viene fuori spontaneo qualcosa da scrivere. Dunque mmmh di cosa potrei parlarvi. Dell’ispirazione musicale della mia famiglia. Siccome a livello concettuale sono più che altro figlio di mio padre ho preso da lì quella matta voglia di cazzeggiare con qualunque utensile e/o strumento che, utilizzato in una maniera o nell’altra (perlopiù sbagliata), provochi una ragionevole quantità di suoni, (dis)armonie, rumori e simili. Mia nonna, che suona(va) il pianoforte e canta (e ci riesce ancora con tutta l’età e la noia e la stanchezza e i ricoveri e quelle cose da nonne) (lo ha fatto l’ultima volta all’ultima riunione di famiglia, qui in campagna) ha trasmesso in modo per lo più accurato la propensione anche ai suoi figli (si sa che certe cose saltano una generazione, quindi io l’ho presa in simultanea da mia nonna e mio padre, e magari anche mia madre che era fan di Pink Floyd e Dire Straits). Per questo ho uno zio che è noto come l’Accordatore di famiglia (fa il tecnico petrolifero, non nel senso di operaio specializzato, ma nel senso di quelli figaccioni che intervistano su NatGeo a Megastrutture e prendono tanti soldi). Avrebbe potuto passare un intero pomeriggio ad accordare alla perfezione una chitarra senza conoscere i trucchi (quello del quinto tasto e quello degli armonici naturali) e se non era accordata NON poteva essere suonata. Questo stesso zio ha la passione di Pino Daniele e ha una discreta memoria di accordi jazz. Diversi miei zii assumono diversi gradi di cazzeggio chitarristico, fino ad arrivare al più giovane che è maestro di Violoncello e ha un violoncello elettrico strepitoso e suona nei 4FioriPerZoe e non gli piace Arvo Part (sfido, al violoncello. Con tutta la buona volontà del mondo chissà che palla deve essere suonarlo al violoncello). Mio padre si è limitato al pianoforte. Ha imparato da solo a distruggsuonare in modo energico. Va da sé che io dovevo essere il nipote che suona musica energica. (ho anche un giovane cugino metallaro, ma questa è un’altra storia)
Abbiamo preso una strada complanare che porta verso un piccolo complesso industriale fuori città. La macchina andava tranquilla, il cielo cominciava già a scurirsi impercettibilmente. Si tratta di un posto molto fuori mano, ma distante non più di trecento metri dalla superstrada. Il rumore sottile del motore tenuto quasi al minimo con una marcia alta si faceva sovrapporre e cancellare per un secondo dai tuoni svolazzanti delle auto sparate a centoquaranta all’ora, qualche metro più in là. C’era ancora molta luce ma i lampioni della superstrada hanno tutti fatto un impercettibile scatto rassegnato e ignorato da quasi tutto l’universo, mentre in macchina si spargeva un po’ l’odore della resina. Ho finito l’ultimo sorso della 7up, ho schiacciato la lattina e l’ho appoggiata in un cassetto sotto al cruscotto (sicuramente dopo mi sarò scordato di toglierla). Stavamo parlando della trama di certi film che avevamo visto di recente ad uno di noi che invece era mancato e se li era persi. Davamo un sacco di opinioni discordanti sul perchè dei fatti e sul come si fossero dipanati (era un film con molti flashback e flashforward e le due attrici coprotagoniste, quella buona ma piena di rimorsi e la stronza ma dotata di indipendente fascino, si assomigliavano troppo perchè finivano per coincidere e ruotare attorno agli stessi standard – un peccato imperdonabile da parte degli sceneggiatori, che hanno mandato a puttane tutta la caratterizzazione delle due signorine. A parte loro due, e il leggero fastidio provocato da questa situazione, concordavamo un po’ tutti sulle felici scelte in merito al taglio delle sequenze e alla fotografia del film), inoltre fino alla fine alcuni di noi sono rimasti convinti dello schema seguente
1. Kate è la buona, ma piena di rimorsi intorno alla storia con Sean
2. Kathryn è la stronza che fa la stronza con John, ma dotata di indipendente fascino, il che porta John a scordarsi di Kate e Sean a lasciar perdere tutto e dare la caccia agli zombi
Forse era un film con pochi elementi splatter, ma quelli c’erano: ben gestiti, minimali, di qualità. Siamo arrivati al complesso industriale che era la nostra meta originaria, e il discorso era ormai degenerato nei motivi per cui il film avrebbe dovuto terminare con una lunga sequenza pornografica (secondo alcuni violenza, secondo altri multipla) per porre un accento maggiormente critico intorno all’effetto finale e al messaggio registico, che alla fine risultava un pochetto blando e nonostante tutto poteva comunque essere fatto meglio, e se i protagonisti sono due ragazze di nome Kate e Kathryn, e due ragazzi di nome Sean e John, allora insomma, qualcuno si è divertito alle nostre spalle, vi rendete conto? – dicevo disilluso e ancora esaltato dalle inalazioni della 7up sotto alla minacciosa e ben illuminata antenna di trasmissione del complesso industriale, che consisteva in una serie di antenne e pali e qualche traliccio che si perdeva nel buio da tramonto avanzato non urbano, non illuminato. Qualcuno sulla superstrada stava dando una strigliata di clacson a qualcuno che, probabilmente, si era immesso con troppa brutalità e poco buon senso nella corsia di sorpasso. Qualcuno ha fatto una battuta sulle mie abilità di guida; ci siamo messi a ridere.
