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Pugno maligno sul ginocchio, pugno indie-post-new-wave indiealternativeneonegrorock, accidenti. W ratman

la malignità alberga qui… o capito ke tu x me 6 + di un amika… qnd 6 cn me io m sento deprexo… e soffro troppo x sopportare qst… ttt le volte ke t vedo cn il tuo boy io muoio…

Il tono delle parole che cerco di dilaniare, il tono sembra sanguinare distacco, il tono sembra un distillato di allontanamento. Non sto andando verso posti dove il cielo è più rarefatto? Quando ero piccolo, mi stupivo perchè sulle montagne – le montagne vere, l’himalaya, cose così – il cielo è stupendo, ma non si può respirare, si muore assiderati, l’aria è sottile – piccola. Sto male perchè sto perdendo una delle tonalità di colore da ciò che faccio. Mi sembra di aver lasciato inutilmente prosciugare una parte di me. Me ne sono accorto solo quando le sfumature sono diventate troppo insistenti.

Sento di aver accumulato una grande massa tumorale in un punto che va da sotto l’ombelico alla base dello stomaco fino al centro del petto dove si stringe il diaframma soffocato. La sto trattenendo. Continua a gonfiarsi perchè è giovedì che esploderà come una grossa scheggia e riuscirà alla fine a squarciare i limiti dei miei muscoli che si torceranno come non faranno mai, se non avranno uno scopo, un’espressione. La voce che non diventerà mai così forte, nè la mano così tagliente, se non avessero, in quel momento, uno scopo e un’espressione. Come dipingere nei cuori delle persone. Solo un po’ più fragile.

Mi spiace.

Vorrei vivere in armonia con le modulazioni istintive che oscillano pericolosamente lungo il margine esterno del profilo affilato delle sue unghie / cercando di capire fino a che punto i miei desideri mi appartengono e quando / accarezzare la porcellana cercando di non graffiarla. A volte è così difficile che preferirei distruggerla. Trasformarla in polvere e osservare il gioco di luce dei granuli microscopici alla luce del tramonto

non è per questo che sono venuto al mondo?

Di nuovo la situazione innominabile. Stavolta più tranquilla. Chi capisce, capisce.

Sto pensando al cambiamento che mi è venuto per la testa in questi ultimi 4 anni, a come è diminiuta su scala logaritmica la mia fiducia nell’educazione scolastica e/o formale e/o ’standard’ e come non me ne senta minimamente in colpa. Sono tutt’ora sempre convinto che il mio posto non è un banco. Cioè, un po’ sì. Sì e no. Il mio posto è anche dover stare ad un banco. Ma non è solo quello. Qualche giorno fa, il mio pomeriggio/sera è consistito nel lavare i piatti, mettere della musica e dormire fino alle sette, svegliarmi, cenare, sentire altra musica e dormire. Qualche giorno prima, il mio pomeriggio/sera è consistito nel comprare dei cd vuoti, masterizzarli, confezionare e numerare le copie del nostro EP, sistemare la chitarra, prendere gli amplificatori dalla sala prove, andare a Villa Castelli, trovare il locale, preparare le cose, aspettare l’inizio del concerto, vedere i primi 2 gruppi, suonare, spaccarmi un mezzo sopracciglio suonando, curarmelo, risistemare le cose, tornare a francavilla, sistemare di nuovo il sopracciglio e andare a dormire. Ora, non so quanto c’entri, ma il fatto è che un pomeriggio l’ho descritto in un rigo, l’altro in quattro, ma non ho sentito una differenza che fosse vera – lunedì il mio posto era il letto, invece sabato era il concerto e tutto il blabla. Insomma, non c’è un modo unico. Non c’è una strada che sia a senso unico e non c’è una strada che sia una strada. Basta che un pixel salti fuori dalla linea e da là sboccia un intreccio caotico di chissà cosa. Non sto seguendo una linea. Non riesco a trovare un tratto unico in quello che faccio all’infuori del fatto che sto salendo. E’ l’unico movimento che mi sembra avere un senso, cercare di salire. Un anno fa non scrivevo come scrivo oggi, non suonavo come disegno oggi e non ci sapevo fare con le ragazze come ci so fare oggi (a morte, eh). Ho imparato, da un anno a questa parte [percorso iniziato ormai tre, quattro anni fa] a prosciugarmi davvero completamente quando attacco la chitarra e ci prepariamo ad iniziare la scaletta da 20 minuti. Fra otto giorni faremo un concerto da quarantacinque minuti, infatti il mio pensiero sul futuro non va più oltre il 27 dicembre. Prosciugarci – l’ultimo concerto ci ha sfiancati totalmente. Quando abbiamo suonato l’ultima volta e io mi sono tagliato il sopracciglio, il nostro batterista è quasi svenuto, e il cantante ha avuto un calo di zuccheri – allora ho capito che in quello che facciamo si è instillato un qualche meccanismo che va al di là della voglia di divertirci, al fatto di sentire come Nostro quello che facciamo. Siamo andati un po’ oltre: quando suoniamo, ora, io avverto che lo facciamo perchè sentiamo il dovere di farlo. Lo sentiamo come necessario, lo sentiamo come un movimento di noi stessi che non possiamo fare a meno di farlo – qualcosa che noi stessi non possiamo fermare. Quando suoniamo mi ritrovo immerso in una sensazione che è tanto spirituale quanto carnale, mi ritrovo circondato in questo flusso lineare – temporale – continuo di distorsioni e volumi da sinestesia, che si sentono con il tatto, con le frequenze che ondeggiano nel corpo – tipo Schelling quando parla

Le parole sostituite da questo immaginifico paragrafo sono un palliativo atto ad evitare procedure legali / disciplinari contro il sottoscritto. Intrigante. Lascio il resto_

Ultimamente sto scrivendo un sacco di mallopponi di quelli che anch’io mi annoierei a leggere, che bello! A volte si scopre di avere più voglia di fare certe cose di quanto non sembri. [omissis] Questa tastiera è troppo dura però è bello. Quasi morbido. Violento ma morbido. Eeeeh

[omissis] Sono davvero un tipo maligno

Stavo pensando che il primo disco dei Kayo Dot è davvero più bello di quanto non pensassi già che fosse stupendo. Va ascoltato. Dovrei dipingerci su.

Due giorni fa ho provato per la prima volta a mettere gli acrilici su un mio disegno a penna. Non è venuto un granché, l’ho abbastanza rovinato. Devo riprovare.

Stavo pensando alla questione della lunghezza della musica. Al fatto che ci sono gruppi che fanno dischi da 27 minuti con 17 canzoni – e quello è un disco stupendo, magnifico – e c’è anche un disco di un altro gruppo dove ci sono 4 canzoni, dura un’ora e mezza abbondante e la canzone più breve è di 18 minuti – altrettanto stupendo – e ci sono anche dischi assurdamente belli dove le canzoni durano 3 minuti, 4 minuti. E’ come dire che ci sono quadri stupendi in formato 4 x 4 e altri altrettanto grandiosi in formato 120 x 240 (cm).

Evviva il grandangolo

1-13. La quiete non è la fine. Assetato cerchi, nella successione casuale di quei momenti che hai abbandonato al caos, cerchi assetato uno spazio dilatato, una successione di respiri – equilibrio, precisione. Nemmeno nelle fotografie i contorni delle cose sono definiti alla perfezione – e se lo sono, è una finzione. Esattamente come con gli occhi. Come il cervello. Pensare un mondo dai contorni esatti – questo lo facciamo di continuo. Ma vederlo no, vederlo per alcuni è un sogno, per altri un’utopia, per altri è uno schifo – alcuni preferiscono rimanere instabili asserragliati nella tempesta sublime dei margini aperti e dell’immaginazione che crea nuovi confini distruggendoli tutti nell’istante – non so dirti dove potresti trovarti tu. Fino a che punto il sangue può apparire rosso? Fino a che punto puoi dire di capire cos’è un colore, cos’è un confine – la differenza tra punto e retta, come funziona? Forse hai capito che tutti i movimenti grafici – tensione, movimento, stasi, dinamismo, messa a fuoco – sono tutti una proiezione, costruzione della mente sugli spazi vuoti, che sono margini poco nitidi – sfuocati all’infinito finchè non saprai più dire dove comincia e dove finisce. E dove finisce il dubbio, là comincia il tuo pensiero. Ciò che credi di poter pensare. Sei sicuro/a, fino alla fine, di essere senziente?

Sentire il sapore del sangue dentro la bocca, sentire il sangue battere sulle tempie e la pressione sui timpani al punto di scoppiare, forse questo è pensiero. Forse nel turbinio incostante del suono e del corpo, dell’udito e della vista e del tatto – il gusto (odore di amplificatori surriscaldati) forse lì potresti immaginare di poter pensare. Di poter capire dove iniziano i confini, e dove si distendono i deserti. Fino a che punto puoi pianificare una via di fuga. Quando poi puoi smettere di correre? Hai mai iniziato?

2-6. La tua pelle si è trasformata in un’industria di mercificazione del piacere. Vedo sulle tue braccia eserciti di comignoli che gettano su sé stessi smog come aria benefica, come un veleno scelto per un suicidio più dolce. Così sembra muoversi il tuo braccio, nello spasmo suicida del dolce veleno che cerchi di iniettarmi continuamente. Sotto la pelle, i muscoli trepidano come se il calore rinnovato li stesse risvegliando dopo un lungo letargo – secoli immersi nel ghiaccio gelato delle distanze, finalmente riscoperte (annullate) ora che i comignoli vomitano smog su di me – i tuoi capelli scorrono sulla mia pelle con un movimento straordinario, quasi impalpabile, sembra così straordinariamente leggera la frizione di corpo contro corpo in quest’attimo. Un attimo e potrebbe spezzarsi tutto come rovine spaccate dal primo ghiaccio dell’inverno. La forza elettrica sembra scuoterti fin nelle ossa, amplifica i tuoi movimenti fino a farli trapassare in me, trasmettendomeli con un brivido anelastico, un’anestesia troppo dolce per essere chiamata droga – non causa dipendenza – la forza elettrica che dalle tue vene si diparte fino a convogliare nel cervello – agendo come un’onda che espande le sue frequenze enormi, dilatate come droni meravigliosi, suoni come lastre di ghiaccio eoliano, impalpabile, indistinguibile – agendo come una particella diventa urto, contatto, frizione, eliminazione degli opposti nella loro connaturata fusione; come elettrone e protone realizzarono il primo atomo così noi adesso stiamo realizzando l’indivisibile mediante questa tensione che stringe i nostri tendini fino a portarli ad un punto di elasticità violenta ed inarrivabile; il concetto di distanza si dilata – o si restringe – fino a perdere senso, baciare è come esplorare se stessi, un sé diverso da come poteva sembrare dall’esterno, qualcosa di tremendamente piccolo, e forte, e caldo, fasci di luce improvvisa – un’origine banale – movimenti che perdurano sulla cornea impressionata dai lampi che arrivano ad ondate sempre più vaste – si muovono, si muovono, tornano, avanzano, ritornano, come fra due note si crea urto e contrasto e dissonanza – siamo così simili da crearne una acutissima, dolorosa, davvero dolorosa questa sensazione di urto di particelle – finchè le due note non si fondono e nell’ondulazione modulata, straordinariamente amplificata non potresti dire chi era prima di allora. Il tempo si è allungato in una enorme proiezione psichedelica. Sento che la mia pelle suda centinaia di uragani al secondo mentre questa tempesta elettrica ci assale dall’interno.

 the Dillinger Escape Plan - Mouth of Ghosts / Oxbow - Sawmill 

Camminare avanti e indietro potrebbe essere interpretato come segno di impazienza. Camminare avanti e indietro potrebbe essere inteso come un segnale di irritazione. Razionalizzare, calcolare gli spazi di tempo, suddividerli e schematizzarli in fasi consequenziali, brevi loop, piccoli eventi sonori, vitali. Puoi gestire fino a quattro nastri contemporaneamente, due per mano, anche tre se diventi capace. All’inizio siamo tutti delle frane. I tuoi passi nervosi non sono altro che un tentativo di riportare il nastro nella bobina, ma ormai è andato. Sfilato. I suoni, piccoli, impercettibili glitch – che bello pronunciare questa parola? – che segnano ogni tuoi passo. E’ inutile mantenere uno sguardo sereno.

Potresti voler fumare, una, venti un pacchetto darti alla droga. Iniziare un rapporto vizioso di autobisogno di sé per poter dimenticare i bisogni che senti diretti verso l’esterno. Quindi, alla fin fine, la droga è un altro alcool, un’altra violenza sulla moglie, cose del genere. Molto poco romantico, molto cinico camminare nervosamente come tu sai fare. Avanti e indietro. Sai, anche urlare è un po’ così. Forse tutte le attività che comportano violenza sono come prendere droga o sapere di esagerare con la birra; oppure la nostra vita è in sé qualcosa di violento, altrimenti internet non sarebbe pieno di sedicenni che incitano alla perfezione. Oscar Wilde non avrebbe successo, non lo avrebbe mai avuto, mentre Baudelaire probabilmente non sarebbe mai nemmeno nato, e magari Robert Fripp avrebbe preso a studiare violino e a frequentare mostre di Kandinskij (molto, molto più bello scrivere ij anzichè y).

Ma a te magari piacciono Wilde, Baudelaire, ma forse Fripp non lo conosci perchè è diventato ormai vecchio e insomma, il passeggiare nervoso occupa tutto. Vorrei provare a farti uno sgambetto per vedere la tua reazione. Non hai un’imposizione troppo violenta verso il resto del mondo. Ma verso di te sembri molto violenta. Ecco perchè tra noi non è mai funzionata. Non può funzionare. Ti crei dei piccoli lembi di pelle immaginaria e ti costruisci uno squarcio di sogno, sangue onirico, vuoi essere spaventata di questo, vuoi sentirtene rafforzata, vuoi comprendere di più e sentirti migliore. Alla fine, il sangue che – schifo – ti è giocciolato sulle labbra, avrà meno sapore e consistenza dell’aria quando fuori inizia a fare caldo e non c’è abbastanza freddo perchè l’atmosfera diventi affilata, e nemmeno abbastanza calora perchè diventi ovattata e diffusa. Le tue scarpe ora sono diventati tacchi, passi adamantini che si riflettono nel fluire cubico delle curve e degli spigoli della scarpa mossa rapidamente, a scatti. Non lo sai, ma stai segnando un poliritmo regolato dall’alternanza del tacco e della punta delle due scarpe. Appena percettibile, perchè la scarpa destra ha un suono leggermente più cupo.

Le tue labbra hanno una consistenza molto molle, non ho voglia di baciarle stasera. Almeno non di immaginarlo.

Hai smesso di camminare. Adesso siamo alla fermata della metropolitana. Prima il ritmo era rapido, secco, scandito dai tuoi passi. Adesso che siamo fermi c’è un ritmo molto più vasto e più impercettibile, il silenzioso intervallo tra un treno e l’altro. Arriva il treno, riempie, crea un accento ritmico di parecchi secondi, si smorza, riprende. Suoni di contrappunto – persone che salgono, persone che scendono, persone nel treno, persone fuori dal treno. Voci di fermate, voci meccanizzate, il suono riprende, l’accento viene scandito di nuovo. Silenzio. Sembri aver trovato una forma di equilibrio. Come se il tuo disagio ritmico si fosse trasmesso, diluito, al grande tambureggiare dei treni amplificati nelle gallerie. Vorrei parlare un istante, ma non saprei che dire. Vorrei solo trovare un suono per dare una consistenza armonica a quel ritmo. Un’orchestra di sole percussioni comincia a snervare, dopo un po’, specie se ha dei compositori, dei direttori e dei musicisti così distratti ad occuparsi di che angolazione porre nei loro gesti per suonare. Sembra che in questo si possa sintetizzare la vita di molte persone assai poco interessanti. Un tono impostato: un’impostazione. Una fragilità. Tremenda.

Le chiedo se ha intenzione di aspettare molto, lo faccio con quanta voce basta. Un piccolo tentativo di introdurre un colore, nel tessuto sonoro. Lei fa una faccia mezza contrita, non so. Sembra incerta, un po’ spiazzata. Un po’, dice. Torna ad assorbire il ritmo lento della città sotto la città. Passa una coppia. Due amici. Una persona sola. Un vecchio che si appoggia ad un bastone e sembra talmente fisso, talmente chiuso – come un quadro già finito, senza possibilità di ritocchi – che per un attimo sono totalmente stupito della sua presenza là, forse anche della sua stessa esistenza. La vecchiaia è un mistero per me, che sono giovane. O che so di avere davanti tempi in cui potrò anche non peggiorare. Lo stesso.

Comunque mi sono annoiato. Avrei anche qualcosa da fare tutto il giorno, oltre a giocare allo strambo critico musicale metropolitano. Mi alzo. La prendo per mano, con la semplice forza di volontà riesco quasi ad indirizzare il suo movimento, tanto è assorbita nella passività, nella ricezione di ciò che la sta circondando. Mi guarda con uno sguardo mezzo assente e mezzo terrorizzato da questo strano assolo fuori programma – non le dico niente, la prendo per mano e la porto fuori.

Il cielo non è ancora molto scuro. Ci sono poche nuvole, alte, stagliate chiaramente contro l’azzurro grigiastro. La città non è intorpidita, la città sembra invece in procinto di svegliarsi, come un gigantesco vampiro meccanico si direbbe che tutta la sua vita si concentra di notte – quando migliaia di fari, globuli elettrici illuminano nel loro vitale movimento tutte le sue vene e arterie – chissà dov’è il cuore della città.

Se lo dice Wikipedia, è sicuramente vero.

E’ morto il 5 dicembre. Tipo 2 giorni fa.

Era nato nel 1928 e prestò servizio nella seconda guerra mondiale. Ne fu abbastanza sconvolto da capire il valore estetico della dissonanza. Fu uno dei pionieri della musica elettronica e della composizione puntuale. Bla bla, né io né (probabilmente) voi avete la minima idea di cosa sia la musica puntuale o del livello di arte che metteva in quello che faceva. Io di suo ho ascoltato una sola opera, Mantra, che è del 1970 – millenovecentosettanta – ed è così stridente, e ricca di contrasti e del grandioso crescere degli opposti che alla fine si risolvono e bla bla bla bla. C’è anche Kontakte, che ancora devo ascoltare ed è ancora più vecchio (dieci anni prima), e tutta la serie del Licht che devo trovare da qualche parte, e insomma.

In questi giorni sono anche morti Pat, il bassista degli Arsonists Get All the Girls (aveva 21 anni) e il padre della mia professoressa di italiano e latino. Chi altri vuole morire? Giusto per darmi un’altra flebo di allegria?

Correre, sbucciarsi le ginocchia sull’asfalto. Superficie cementificata dal catrame, fa troppo freddo perchè possa trasudare il suo essere viscido – eppure basterebbe solo un pizzico di fatica sommerso negli strati torporei dei muscoli, fasci di carne condannata alla stasi attraverso secoli di sonno macilento come rovine disperse

come rovine disperse sembra circolare nel tuo sangue un senso appena accennato di bile nerastra, scura pece organica distillata continuamente dalle ghiandole che distribuiscono sapientemente fra le tue cellule amore e morte

amore e morte come immersi nella città degli uomini, paralizzati nel disorganico coagularsi di volto contro volto, identità contro volontà contro sistema – fra i palazzi di cemento di aggirano creatori di grattacieli di aria, costruttori di guerre di carta, missili costruiti fra le pieghe sottili dei vestiti delle donne, cioccolata calda a contatto con la pelle temperata

con la (tua) pelle (temperata) mi sembra di poter scambiare qualunque fluido fino a sospendere le nostre vite e lasciarle ricadere nell’aria intorno – che magnifico monumento di cemento d’aria potremmo distruggere con le nostre sole lingue e mani e sguardi taciuti per esprimerci nel tatto convulso e nell’udito che non sa più come miscelare la musica di sottofondo – ritmica, melodia ossessa – e i respiri che si fondono come cioccolata sulla nostra pelle, come bile nera fra le pieghe della carne fin dentro ai muscoli, sprizza da ogni cicatrice che le tue mani continuamente creano e cancellano sulle mie mani

fra gli spazi vuoti del mio viso